Chi sono

C’era una volta un bambino. Ma questa non è la classica storia del bambino bello, buono, biondo, alto e con gli occhi azzurri. Perché questo bambino, invece, è un po’ strano.

Si chiama Stefano ed è nato alla fine degli anni ottanta. Quando i suoi giovani genitori seppero di lui, furono molto contenti. Non sapevano cosa gli aspettava. Dopo la sua nascita pensarono di aver sbagliato qualcosa, così riprovarono con un altro fratellino. E poi un altro, e poi un altro ancora. E questo per ben sei volte. Poi si fermarono, perché capirono con non c’era un numero sufficiente di figli per rimediare ai danni che Stefano faceva.

All’inizio era bravo. Studiava, andava bene a scuola, obbediva ai genitori, aiutava i fratellini. Vabbé, queste ultime due cose non sono proprio vere…Però cresceva e faceva tutte le cose che un classico bambino e adolescente doveva fare: giocare, studiare e dare fastidio.

Ha sempre avuto paura dei fantasmi, e spesso se li inventava pur di avere paura. Poi ha capito che fanno più paura le cose vere.

Un bel giorno conobbe due persone: una di queste era umana ed era una bella principessa. Da quel giorno capì cosa vuol dire essere felice.

Al liceo scriveva per il giornalino d’istituto e poiché temeva che i professori potessero mettergli voti bassi o avere una cattiva impressione di lui, si firmava in incognito Robinhoodsf. Mi raccontò che il motivo era perché gli piaceva pensare di rubare ai ricchi per dare ai poveri. Non so se è vero, ma così mi ha detto.

Gli è sempre piaciuto darsi da fare e lavorare: si è sporcato le mani in campagna e come muratore; ha portato il peso di quintali di volantini di ipermercati di tutta Italia nelle inconsapevoli buche della lettera delle palazzine della sua zona. Poiché era scarso a giocare a calcio, ha deciso di rendere complicata la vita di chi ci giocava diventando arbitro di calcio: all’inizio gli serviva la tessera per entrare allo stadio. Poi si è convinto che la cosa gli piaceva ed è diventato anche bravino, almeno a suo dire.

Scelse Matematica come corso di studi universitari. Studiava molto, la materia gli piaceva, faceva gli esami, aveva tanti amici e si laureò con buoni voti. Si iscrisse con tanto entusiasmo al corso di laurea magistrale in matematica applicativa. Poi ho cominciato a perderlo dalle mani.

Tutto successe quando un giorno partecipò a un meeting con aziende che assumevano laureati. Sapete, quegli incontri in cui le aziende si fanno pubblicità e i partecipanti sognano ingenuamente un lavoro retribuito. Bene, un signore con la pancia, seduto dietro la scrivania vide il suo CV e disse in maniera distratta “Ma con una laurea in matematica tu puoi fare solo il professore, da qui cosa vuoi?”. Stefano, manifestando un aplomb superiore alle mie aspettative, cominciò a raccontare al canuto manager della multinazionale delle applicazioni della matematica nella vita di ogni giorno, dell’utilizzo dei modelli matematici nel mondo della finanza, degli algoritmi utilizzati da multinazionali quali Google e Facebook e tante altre belle cose. Ma il manager sbuffava. E quando Stefano, quasi incredulo, si girava per avere conforto dalle persone che fino a qualche minuto prima erano accanto a lui, e solo allora notava di essere rimasto solo, capì che il problema non era più solo della persona che gli stava di fronte, ma anche suo. E decise di fare qualcosa per cambiare quella situazione.

Caso volle (caso???) che in quel periodo seguì un corso che gli fece capire che anche le montagne si possono spostare, basta solo volerlo e applicarsi. E così costituì un’associazione con l’obiettivo di migliorare il mondo con la matematica.

In quel periodo non riuscivo più a capire qual era il suo obiettivo: cominciò a seguire lezioni universitarie di altri corsi di laurea e non più le sue, corsi extra-universitari, in Italia e fuori. Poi riprendeva a studiare e a fare esami. Poi mi diceva che si annoiava e cominciava ad organizzare eventi con aziende sempre più grosse, nelle scuole superiori, nelle università.

In uno degli incontri che organizzava nel dipartimento di matematica un professore gli disse: “Lo sapete Stefano come si fa soprannominare su Facebook? Stefano Franco Il Pazzo. Ebbene, è questa pazzia che permette di fare cose straordinarie. Siate affamati, siate folli”. In realtà, Stefano mi raccontò in privato che non si ricordava di aver inserito quel dettaglio sul suo profilo Facebook: avvenne dopo che un calciatore della sua squadra preferita segnò un gol decisivo in una gara importante e lui per omaggiarlo inserì il suo soprannome. Però gli piacque l’interpretazione che diede il professore e cominciò a dire in giro che quello era il motivo di quel soprannome.

Ma tutta la situazione che si era creata a me non piaceva. Mi sembrava che perdesse solo tempo. Doveva studiare e basta! E così litigammo di brutto. Gli intimai di finire gli studi e dedicarsi dopo a tutte queste attività: belle, si, ma è meglio se le fanno gli altri. Alla fine che futuro gli avrebbero dato? Sarebbe rimasto con niente in mano e avrebbe visto tante altre persone andargli avanti solo per un pezzo di carta che a lui sarebbe sempre mancato. Ma lui, niente. Di solito è un tipo che ascolta e prende decisioni sensate tenendo conto di tutti i pro e contro. Ma quella volta non ne voleva proprio sapere. Diceva, povero illuso, che bisogna seguire anche le sensazioni e i propri desideri. Litigammo pesantemente: lo avrei preso a ceffoni, se solo avessi potuto.

Così cominciò a non rispondere più alle mie provocazioni. E da allora non mi parla più. Ha cominciato seriamente a gestire le sue attività, profit e, soprattutto, non profit. All’inizio erano in due, solo con il suo primo socio: oggi il gruppo che guida è formato da una trentina di persone, una decina di testimonial e una dozzina tra partner e soci sostenitori.

Adesso si è messo in testa di voler creare l’azienda più grande del futuro, che applichi la matematica nei settori dell’Intelligenza Artificiale, Big Data e Mercati Finanziari. E che investi sulle persone e sulla ricerca scientifica. Tra l’altro si è autonominato il Pirata della Zona Industriale. Questo perché per un periodo un’azienda della zona industriale barese inserì lui e il suo team nella propria struttura per dargli un ufficio. Lui sa come la penso, ma non mi sono fatto nemmeno sentire.

Gli ho messo davanti situazioni favorevolissime per entrare in aziende di consulenza e fare tanta esperienza. Ha fatto diversi colloqui (Roma, Milano, Torino), ma non capirà mai che per farsi assumere non può dire, come l’ho sentito almeno un paio di volte, al selezionatore: “Fra 5 anni mi vedo a guidare la sua azienda nella nuova sede della mia città nativa”.

Io sono la persona che lo conosce meglio, ma nonostante ciò non ho ancora capito bene chi sia Stefano. Ogni volta che lo interrogo ormai mi dice sempre “#ImproveTheWorld – i miracoli possono accadere”.  La cosa bella è che spesso succedono cose che io non mi sarei mai aspettato, ma che Stefano mi aveva sempre prospettato come plausibili. Attualmente mi sto godendo la serenità e vedo i suoi progressi. Sta uscendo un bel film. Restate sintonizzati.

Ah, quasi scordavo: tanto tempo fa mi disse che per conoscere bene una persona bisogna conoscere cosa dicono di lui i suoi parenti. Così fece compilare agli ignari familiari un questionario su di sé. Qui trovate le risposte alle sue domande. Contento lui…

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